L’occasione è molto speciale: la mia cara amica Betta, titolare dell’Osteria insieme al caro amico Enrico, è convalescente a causa di un piccolo intervento ed è quindi costretta a chiudere la cucina, non potendo certo mettersi a impastare, tagliare, mescolare…
In questo weekend tutti noi Amici dell’Osteria ci diamo da fare per “riempire” comunque il locale di cibo e persone, per dare una mano ad un posto che amiamo.
Chi fa torte, chi fa pizze, chi prepara una serata di musica live, chi fa promozione… insomma, ci stiamo lavorando tutti per impedire che sia un triste weekend vuoto, che di certo di questi tempi non fa piacere o comodo a nessuno.
Se volete darci una mano nell’intento, e se volete passare una serata di Musica, Amicizia, Festa e Vita vera… siete invitati, domani sera.
Sarà una serata speciale.
Io non so nulla di navi e di marina. Non so nulla di regole del mare.
Non so nulla di procedure, di termini tecnici, di operazioni di salvataggio.
Non so nemmeno se la responsabilità sia esclusivamente del comandante in questi casi… non so e non posso certo giudicare tecnicamente come invece la magistratura è chiamata a fare.
Ma non credo sia necessario essere esperti di alcuno di questi temi, in questo caso, per farsi un’idea e un giudizio in termini UMANI.
Basta essere anche solo un po’ esperti di vita, di uomini, di toni di voce. Basta aver vissuto un po’, parlato con un po’ di gente, essere stati anche a volte noi dalla parte dell’esitazione, della paura e del torto, per capire i toni di questa telefonata.
Il tizio esita, tentenna, rallenta e calmiera il tono, cerca un dialogo quasi da telefonata normale e serena, mentre la sua nave cola a picco con migliaia di persone a bordo e lui NON C’È.
Questo è il tono di un uomo che sa di aver combinato una enorme cazzata, sa di essere stato colto in fallo e cerca di tergiversare per pensare strade alternative per salvarsi le chiappe.
Punto e basta.
Dialoghi da commedia anni ’50. Degno di Massimo Troisi e Lello Arena, Totò e Peppino.
Degno di quelle che erano parodie satiriche di una verità che ora viene a galla (non ho resistito al gioco di parole) in tutta la sua gravità e magnificenza.
- “Comandante, lei adesso torna immediatamente a bordo della nave e mi dice la situazione! ci sono già dei cadaveri!”
- “E quanti cadaveri ci sono?” - “Me lo deve dire lei quanti ce ne sono!”
- “Ma si rende conto che è buio qua e non vediamo niente?” - “E che vuole fare? Andare a casa?? C’è buio e quindi va a casa?”
Questa è la peggiore Italia.
E non riesco a scrollarmi di dosso il silenzioso e sordo terrore che questa sia l’Italia… punto.
Oggi molti ti ricorderanno con i tuoi classici, da Bocca di Rosa a Il Pescatore, Andrea, Geordie, i più audaci in questi tempi Montiani forse si ricorderanno del tuo Don Raffaè.
Io ti voglio ricordare per questo pugno in faccia e nello stomaco, quei pugni eleganti, feroci e profondi che sapevi tirare tu.
A questo mondo e a questa gente mancano le tue parole, la tua illuminata e serena analisi delle persone e della storia, Mancano gli Artisti veri.
Ciao Faber.
Una cara Amica, che non vedo da anni ma che sento da sempre molto vicina, mi ha appena reso noto che sarà presto mamma.
Dopo pochi secondi iTunes e il suo “random” che spesso tanto random non è mi ha sparato un pezzo degli Eagles che ascoltavo in quei giorni, in quegli anni… più di vent’anni fa.
Una di quelle che io chiamo “canzoni teletrasporto”.
In una frazione di secondo sono tornato lì… in un punto non meglio precisato tra la terza media e la seconda liceo, a quelle facce e quei colori, alla mia prima moto, alle aule con i vecchi banchi e i vecchi professori.
In un Altopiano che era casa mia, che sento ancora casa mia, anche se vedo troppo poco.
Sono veramente felice per Lei, è una persona a cui voglio molto bene e saperla felice mi rende felice.
Solo che… stasera non mi pare di essere mai sceso da quella moto, sento ancora l’odore di gesso e gomma da cancellare, del sudore della palestra… sento le risate in paninoteca, avverto la pressione e l’angoscia della domenica sera per una interrogazione in arrivo il lunedì mattina…
Era solo pochi minuti fa.
Stasera è una di quelle sere che non mi va di essere cresciuto.
Meglio dormire. Meglio.
Poco da nascondere, ancora meno da minimizzare.
Tornare a suonare Venerdì scorso è stato fantastico.
Son quelle cose che tu alla fine non ti ci metti, a meno che tu non sia spinto e incastrato in un angolo… perché per fortuna in quell’angolo c’è qualche amico che ti ci mette, perché sa che ti fa bene, sa che ci sei, sa che ti ritrovi.
Ed è stato proprio ritrovarsi.
Riprendere in mano la chitarra, rimettersi in gioco, emozionarsi ancora come bambini per due accordi e un’armonica.
Ma non è solo far musica, è il rimettersi a posto, riordinarsi.
E accorgersi che la vita e gli eventi nel frattempo ti hanno smussato, regolato, assestato.
Che sei cresciuto, in poche parole… e che nel rimetterti a dialogare alla chitarra con Neil Young ritrovi i punti fermi di te stesso, perché quelli non son mica cambiati.
Ma te li godi meglio.
Grazie a chi c’era,
grazie a chi avrebbe voluto esserci,
ma soprattutto grazie a chi su quel palco mi ci ha letteralmente lanciato sopra.
Enrico, avanzi un GROSSO favore.
Oggi, 41 anni fa, Jimi Hendrix lasciava questa vita.
« Un giorno anche la guerra si inchinerà al suono di una chitarra »
« Tecnicamente non son un chitarrista, tutto quello che suono è verità ed emozione. »
« Sono stato imitato così bene che ho sentito persone che copiavano i miei errori. »
« La volta in cui ho bruciato la mia chitarra fu come un sacrificio. Si sacrificano le cose che si amano. Io amo la mia chitarra. »
« Qualche volta tu vorrai rinunciare a suonare la chitarra, tu odierai la chitarra. Ma se le sarai fedele, lei ti ricompenserà. »
« Andare a vedere lo spettacolo di Hendrix fu l’esperienza più psichedelica che abbia mai avuto. Quando iniziò a suonare, qualcosa cambiò: cambiarono i colori, tutto cambiò. Cambiò il suono. » (Pete Townshend)
« Io non credo in Dio, ma se ci credessi sarebbe un chitarrista nero e mancino. »
(da “The Dreamers – I sognatori“, film di Bernardo Bertolucci)
Ieri è iniziato il torneo di Wimbledon, per la sua 125esima edizione.
Wimbledon è l’essenza stessa del Tennis, a detta di giocatori ed ex giocatori, allenatori, esperti, giornalisti, appassionati.
Per tutti il Centre Court (campo centrale) di Wimbledon è il tempio, la Cattedrale di questo sport.
In questi tempi anticonformisti e iconoclasti, in cui le tradizioni sono spesso viste come un nemico da abbattere più che come un bagaglio culturale da difendere, trovo splendido vedere che tutto si perpetui, e che anche un campione solitamente molto chiassoso e colorato come Rafael Nadal si presenti sul Centre Court con rispetto e devozione, in abiti bianchi come dress-code impone, salutando con discrezione il pubblico senza gli sbracciamenti solitamente tenuti altrove.
Wimbledon - Centre Court
Ogni anno però, quando il Centre Court si apre per la giornata inaugurale, il mio pensiero va sempre all’uomo che considero il più grande talento assoluto che il tennis abbia mai espresso.
Esattamente trent’anni fa, proprio qui, un maleducato e irriverente ragazzino americano piegava il plurititolato Björn Borg in una finale che tutti gli appassionati ricordano e che è definitivamente entrata nella Storia dello Sport.
“Stiletto batte ascia bipenne” scrive il grande Gianni Clerici nella sua mirabile opera “500 Anni di Tennis”.
John McEnroe a Wimbledon ha vinto in quella occasione e in altre due, esprimendo su questo campo erboso il tennis più bello, emozionante, istintivo e talentuoso che storia ricordi.
In quei giorni il campo a fine torneo era consumato e ingrigito soprattutto vicino a rete, erano anni di serve and volley, di scambi veloci e tecnici, anni in cui la potenza fisica era relegata a elemento di contorno in uno sport dove talento, tocco, intuizione e classe erano le caratteristiche vincenti.
Dopo John McEnroe sarebbero arrivati Boris Becker e Stefan Edberg a tenere alta la bandiera del bel gioco, per altri (troppo pochi) gustosissimi anni di tennis, fino all’avvento degli orridi rovesci a due mani, del tennis flipper, delle palestre e degli integratori.
Rimpiangiamo non poco quel tennis, ora che i campi si consumano quasi esclusivamente dietro la riga di fondo, ora che la potenza, lo spin e la preparazione atletica sono alla base dei successi di Rafa Nadal e Novak Djokovic, rispettivamente numero 1 e 2 del ranking mondiale.
A difendere un po’ di eleganza e stile ci rimane Roger Federer, unico in questi tempi ad aver saputo coniugare la moderna potenza con il tocco e la classe degne degli anni d’oro, arrivando infatti ad essere colui che nella storia ha vinto più titoli del Grande Slam.
Oggi però, a trent’anni di distanza, voglio ricordare lui, John McEnroe, uno che non si allenava mai, che passava le serata a far festa rientrando ad ore proibitive e il giorno dopo giocava così…. mentre Borg sudava e si allenava 8 ore al giorno per costruire e mantenere il proprio tennis.
SuperMac è uno che semplicemente ha il tennis sotto pelle, a mio vedere e a mio gusto il più grande di tutti, proprio perché del tutto istintivo, geniale, creativo e imprevedibile.
Come dite? Il tennis moderno è più potente e quindi più divertente?
Come on… YOU CANNOT BE SERIOUS…
Pur covando fin da piccolino la malattia del motore, devo dire che non sono mai stato un grande fan di Lamborghini.
Da piccolo appeso nella mia stanza non c’era il poster della Countach, bensì quello della Ferrari F-40.
Sono sempre stato un devoto del Drake e di Maranello, considerando le Lambo un po’ troppo ostentate, con quel look da “guardatemiii!!!”
La nuova uscita Aventador non è diversa dal solito, in questo senso… direi che interpreta perfettamente il concetto Lamborghini in questo inizio di XXI secolo.
Certo che da comunicatore non posso restare indifferente a un video così…
Ogni milligrammo di testosterone di qualunque maschio medio si mette a ballare la rumba…
Bravi in Lamborghini e super bravi alla Sehsucht.
Un solo rimpianto… che il tutto sia completamente tedesco… proprietà di Lamborghini compresa.
Le reazioni scomposte, irritate e qualunquiste di molte persone a me vicine in merito alla Cerimonia di Nozze tra il Principe William e Catherine Middleton mi hanno convinto a tentare di esprimere il mio pensiero in merito.
Parlo di quelle reazioni minimizzanti se non addirittura ostili che vanno da un secco (ma onesto) “chissenefrega” ad un democraticanarchico “sono solo due tipi qualunque che si sposano”.
Io dico invece che in questa vecchia e malandata Europa siamo fortunati ad avere la possibilità di assistere ancora ad eventi come questo.
Simboli, tradizione, storia e patrimonio culturale sono ciò che distingue e definisce i popoli.
Elementi che devono essere gestiti, plasmati e contestualizzati correttamente nel momento in cui si vive, per non correre il rischio di restare ancorati ad un passato ormai polveroso da un lato, o di gettare via la propria storia in nome di una folle corsa alla modernità dall’altro.
Credo che in questo senso la Monarchia Britannica sia un vero caposaldo, un ancora di salvezza per questo nostro vecchio Continente.
Un esempio di come si possano unire la tradizione e la storia in un contesto contemporaneo ci viene anche dalla gestione delle “Nozze Reali”.
Sontuosità e Pompa Magna? Certo che sì, in fin dei conti proprio un Inglese (Sir Edward Elgar) compose le famosissime marce “Pomp and Circumstance” in onore della propria Nazione (la più famosa delle quali nel video in testa al post).
Cerimoniali e grandiosità sono una caratteristica tipica di quegli Stati Europei (Francia e Inghilterra soprattutto) che da secoli sono perfettamente consapevoli della propria Storia.
Il tutto però avviene in un contesto del tutto moderno: i due ragazzi convivono ormai da tempo (ci sono zone d’Italia dove la convivenza è ancora “peccato”), tra gli invitati Sir Elton John accompagnato dal legittimo consorte (con buona pace di SantaRomanaChiesa), la Famiglia Reale da tempo è presente sui maggiori social media (Facebook e YouTube ad esempio) con filmati, commenti, interazioni (da noi a volte scrivere male di Berlusconi su FB può far cancellare post e account).
Vogliamo poi parlare della gente?
Il Popolo Britannico che scende compatto nelle strade, a banchettare su tavoli pieghevoli con pietanze adatte all’occasione radunando il vicinato in una collezione di Union Jacks fieramente sventolanti, a salutare l’unione dei due ragazzi?
Perché di ragazzi si tratta, alla fine… due nemmeno trentenni catapultati nella storia d’Europa da protagonisti, che si guardano timorosi e complici, con Kate perfino incredula all’uscita sul balcone alla vista della moltitudine festosa di persone in attesa di salutare la propria futura Regina.
Io dico che l’Europa dovrebbe trarre esempio e nuova forza proprio da questa simbiosi tra tradizione e gioventù, Arcivescovi e improbabili cappellini, cerimoniali secolari e Facebook.
Nel Regno Unito da più di 300 anni è il Parlamento (e quindi il popolo) a fare le leggi, e la Monarchia resiste come istituzione rappresentativa, simbolo, garanzia, tradizione.
Quella di ieri dunque è stata la Festa che uno Stato, una Nazione, un Popolo ha desiderato celebrare in nome dei propri simboli, della propria cultura, della propria storia.
Quelli che attaccano con sterile populismo la pomposità della cerimonia e l’Istituzione stessa della Monarchia Britannica sono forse vittime di inconscia invidia, per non avere da contrapporre in patria simboli e tradizioni altrettanto forti.
Chi dice che “sono solo due tipi qualunque che si sposano” sa di dire una sciocchezza.
Non perché William e Kate siano diversi da tutti noialtri per diritto divino, ceto, censo o quant’altro, ma perché incarnano simboli, tradizione, storia e patrimonio culturale di una intera nazione.
Valori che noi, nel paese del bunga bunga da un lato e del concertone del primo maggio dall’altro, abbiamo perso da ormai così tanto tempo da non ricordarcene nemmeno.
Sempre ci siano mai stati.
Scrivere mi aiuta a capirmi.
La pagina bianca è un nemico da sconfiggere, il trucco sta nel cominciare con una frase, una sola.
Poi il resto piano piano si materializza, arriva da una zona del tutto istintiva della mente.
Voglio usare questo spazio per il confronto, l’analisi del quotidiano, gli spunti e le intuizioni.
Perché sono assolutamente certo che fermarsi un po’ a pensare, analizzare, discutere e filosofare non sia mai perdere tempo.
Anche se ce lo fanno credere, ci sono quasi riusciti.
Pensiero volontario, ricerca di crescita, cultura e sviluppo interiore.
Evoluzione consapevole… CONSAPEVOLUZIONE.
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